Dipendenza da sostanze psicoattive o comportamentale

Sempre più, quando si parla di dipendenze patologiche, si estende il concetto a tutta una serie di dipendenze non direttamente legate all’abuso di droghe. A tutti gli effetti un legame di dipendenza si può manifestare anche per il gioco d’azzardo, per il sesso, per l’uso di sostanze che migliorano le prestazioni fisiche e sportive e quindi dopanti, per le nuove tecnologie tipo internet, per una specifica persona. 
In tutte queste manifestazioni riconosciamo dei meccanismi comuni che sono sia di tipo fisico, che psicologico e fanno sì che tale comportamento, che all’inizio ci si illude di poter controllare, diventi poi un circolo vizioso in cui la persona dipendente ha per scopo quasi esclusivo della sua vita il procurarsi la sostanza o l’agire il comportamento di cui è diventato schiavo. 
L’uso di droghe produce, almeno nelle fasi iniziali, degli effetti considerati positivi. Tali effetti, che possono essere sperimentati casualmente o ricercati volutamente, determinano la tendenza a riproporre l’uso della sostanza ogni volta si ripresenti una situazione in cui tale effetto sia ritenuto utile e positivo. 
Da questa situazione iniziale si rischia di scivolare col tempo in un uso quotidiano, perché la sostanza può sembrare indispensabile per compiere determinate azioni.
Possiamo dire che alla base dei meccanismi che portano all’instaurarsi di una dipendenza vi è il cosiddetto meccanismo di gratificazione o di ricompensa. Nella fase di uso di una sostanza, il bisogno di gratificazione è ritenuto così importante da far sì che vi si attribuisca priorità in ogni scala di valori, senza tener conto delle conseguenze a livello sanitario, sociale, legale, e cercando di procurarsela a ogni costo (craving, ovvero il desiderio irresistibile per la sostanza o i suoi effetti). 
Si può semplificare il meccanismo che si mette in moto quando si presentano sintomi di dipendenza psicologica: utilizzando una certa sostanza (o agendo un particolare comportamento) ho provato piacere, senza quella sostanza non mi è possibile stare bene, quindi cerco di assumerla di nuovo.
Con tutta probabilità una sostanza psicoattiva non è in grado di produrre dipendenza alla sua prima assunzione e questo concetto va tenuto ben distinto da quello della potenziale tossicità della medesima sostanza che, già alla prima assunzione, può causare gravi problemi o essere addirittura letale. 
Se l’uso di una sostanza viene protratto per un tempo sufficiente, anche qui non definibile a priori, ma correlato alla specifica sostanza e alle caratteristiche individuali del soggetto, tale sostanza attiva dei meccanismi biologici che progressivamente riducono l’effetto sull’organismo (ad esempio perché velocizzano il suo metabolismo). Si manifesta quindi quella che viene definita «assuefazione», per via della quale assumendo nel tempo il medesimo quantitativo di sostanza, l’effetto percepito si riduce progressivamente, ovvero per avere sempre il medesimo effetto occorre aumentare progressivamente la quantità di sostanza che si assume o aumentare la frequenza d’uso. Questo vale per la maggior parte delle droghe, ma anche per gli psicofarmaci (ad esempio gli ipnotici e i tranquillanti) e per molte altre sostanze usate anche nella pratica del doping.
Quando si è arrivati a questo punto la droga è divenuta fondamentale per mantenere uno stato di equilibrio o di benessere dell’organismo, equilibrio che la droga ha «spostato» da quella che è la condizione fisiologica normale. Cessando bruscamente l’uso, si precipita l’organismo in una condizione acuta di squilibrio, la «crisi di astinenza», che è tipica e diversa da sostanza a sostanza. In alcuni casi si manifestano anche sintomi di tipo fisico (nausea, vomito, tremori, sudorazioni o brividi ecc.), in tutti i casi sono evidenti le manifestazioni di tipo psichico (ansia o depressione, irrequietezza o apatia, aggressività, ecc.). 
Nel caso specifico delle sostanze stupefacenti è scientificamente provato che solo eroina, alcool e tabacco danno sia dipendenza fisica che psicologica, ma invitiamo a riflettere sul fatto che ci muoviamo in un terreno in molte parti sconosciuto, quindi future ricerche potrebbero correggere i risultati attuali. 
Superata la crisi d’astinenza il cammino è ancora lungo; è infatti il momento in cui la dipendenza psicologica si manifesta con prepotenza: una volta disintossicati da un punto di vista fisico, sarà molto facile ricordarsi degli effetti e dei presunti «vantaggi» di quella sostanza e ricadere nel circolo vizioso, se non ancora sufficientemente motivati e supportati a intraprendere un percorso riabilitativo.
Legata al pericolo di ricadute, vi è un’altra condizione estremamente pericolosa che va considerata: una volta disintossicato, l’organismo perde quella condizione di assuefazione o tolleranza che era diventata anche un fattore protettivo rispetto al rischio di overdose. Ma al primo nuovo utilizzo di sostanza, anche a un dosaggio prima considerato sufficiente solo a non far percepire i sintomi di astinenza, il soggetto, privo di quel meccanismo di protezione appena descritto, può incorrere in una condizione di overdose che può essere anche letale, se non prontamente e adeguatamente soccorsa.
Per concludere: una droga “sicura” non è stata ancora trovata. Una sostanza chimica che ci eviti la fatica e l’impegno necessari per raggiungere una meta, un risultato, non c’è. Allo stesso modo non esiste una droga più pericolosa delle altre: la percezione del piacere e della gratificazione è estremamente soggettiva, ognuno di noi è a rischio quando “incontra” una sostanza che gli piace più delle altre.
Imparare a riconoscere i meccanismi legati alla dipendenza prima che questa diventi problematica, ci può salvare la vita.

 

Video:

Gli effetti delle droghe sul cervello

A cura del Dott. Giovanni Serpelloni  QUI

Spot antidroga 2011 "Rendiamoli forti"